Teresa 1/7
Ero entrata alla Silard subito dopo la laurea, ma quello che era sembrato come un sogno, un bel posto con tanto di tirocinio pagato e diversi benefit, si era rivelato dopo alcuni anni un vero incubo.
Alla morte del fondatore Francesco Silardi, un vero genio dell’elettronica di consumo, erano arrivati alla direzione i tre figli, che definire tre idioti è ancor poco, col risultato che le perdite di quote di mercato erano sempre più evidenti, e nessuno era più in grado di nascondere che stavamo andando a picco.
Soprattutto mancava l’essere avanti coi tempi, il saper sfornare il prodotto giusto prima degli altri, in poche parole l’innovazione come via maestra del successo, unita a un’indiscutibile qualità.
I tre idioti invece di pensare all’azienda, avevano la testa solo sui social credendosi tre divinità, come se i follower potessero fargli mantenere uno stile di vita a dir poco lussuoso.
Per fortuna si svegliarono il giorno in cui non trovarono dividendi, peccato che in molti credevano fosse troppo tardi per rimettere in sesto l’azienda. In un consiglio aziendale aperto a tutti i dipendenti, che si trasformò ben presto in una bolgia infernale, al dottor Silvio Felletti capo della contabilità venne l’idea di proporre Romano Foti come amministratore delegato con pieni poteri, dicendo anche che lo aveva avvicinato qualche giorno prima per fargli una proposta per quanto ufficiosa.
“Siamo sinceri, lui è l’unico in grado di salvare la Silard, anche se è chiaro che ci saranno dei tagli, ma almeno la maggior parte di noi avrà ancora un lavoro.” disse Felletti in un silenzio quasi irreale dopo che tutti si erano azzittiti “Altrimenti facciamo prima a portare i libri in tribunale ed iscriverci in massa all’ufficio collocamento.”
Dopo più di due ore di inutili discussioni, la proposta di Felletti venne votata all’unanimità, e poco dopo tutto il consiglio si dimise, sostituito da uno nuovo con a capo il dottor Romano Foti.
I primi giorni con la nuova dirigenza furono quasi irreali, con tutti che avevano paura di entrare nell’ufficio di Foti, per uscirne con una lettera di licenziamento, ma non fu così. Circa un decimo del personale venne “accompagnato” alla pensione, altri preferirono dare le dimissioni ed incassare la buonuscita credendo che oramai la Silard fosse un cadavere che camminava.
Per chi rimase fu un po’ come ripartire da zero, ma con un programma serio da rispettare, dove non c’era nulla d’impossibile. L’ufficio progetti dove lavoravo io ricevette nuovi fondi, ma soprattutto ci fu dato modo di tirar fuori tutte le idee che i tre dementi avevano bocciato, col risultato che dopo neanche tre mesi la Silard guadagnò un decimale di mercato, che era sì poco ma almeno si stava invertendo la rotta.
Foti si era dimostrato una mente illuminata, pronto sì a dare direttive, ma anche ad ascoltare gli altri, finendo anche per risultare cordiale dato che usava il tu con tutti.
In tutta questa positività a me invece il lavoro andava male, o per meglio dire non procedeva come da programma. Ero di fatto bloccata su un ‘semplice’ problema tecnico, e ogni mia soluzione si era rivelata disastrosa, col risultato che tutto il progetto era fermo per colpa mia.
Non fu quindi una sorpresa esser chiamata il giovedì pomeriggio in direzione, e poco importava che l’appuntamento fosse dopo l’orario di chiusura degli uffici.
“Teresa Cavetto entra pure.” mi disse il mio direttore non appena mi vide affacciarmi al suo ufficio “Entra e chiudi per piacere la porta.”
Ero entrata in quell’ufficio solo una volta, quando dietro la scrivania c’era ancora il fondatore dell’azienda, e lo trovai molto più luminoso, con tutti i vecchi mobili in legno lavorato sostituiti da un arredamento più moderno e minimalista.
Ebbi appena il tempo d’avvicinarmi alla sua scrivania, che lui iniziò a umiliarmi verbalmente, pur rimanendo molto educato.
“Come sai non amo girare intorno alle cose, e un progetto è fermo solo per colpa tua; quindi, se vuoi dire qualcosa fallo subito.”
“La semplice verità è che non ne vengo a capo, e che ogni suzione provi va peggio di quella precedente.” risposi a testa bassa.
“Teresa lo sai quanto ci costa la tua incompetenza ? Migliaia di euro e solo perché pensi a chissà cosa invece che al tuo lavoro; quindi, adesso dimmi cosa devo fare con te.”
“Non lo so insomma non è colpa mia…”
“Non è colpa tua ! E allora di chi è della fata turchina ?” mi urlò in faccia sbattendo una mano sulla scrivania “Secondo me ti mancano gli stimoli giusti, quindi ti faccio scegliere, o te ne vai o fai quello che dico io.”
“Cosa dovrei fare, posso rimanere senza chiedere gli straordinari se è quello che vuole.”
“No non servirebbe, invece piegati sulla scrivania con le mani in avanti.”
“Scusi non ho capito bene, io …”
“Hai capito benissimo, quindi o ti pieghi o esci e domani ti prendi la liquidazione.”
Ero esterrefatta e non solo perché in azienda vigeva un rigorosissimo regolamento contro le molestie sessuali, ma soprattutto per quello che era chiaramente un ricatto.
Peccato che non potessi dire di no.
Non tanto perché avrei perso il lavoro, ma avrei certamente avuto delle note negative, e con quelle sarebbe stato difficile se non impossibile trovare un’occupazione degna di questo nome, e quel che era peggio è che quel porco sapeva che non potevo scappare via.
Così mi sistemai come m’aveva ordinato il mio direttore, che non perse un attimo a tirarmi su la gonna sino a scoprirmi le mutandine.
“Teresa cos’è questa robaccia che indossi ? Insomma, sei una donna vera o una che finge d’esserlo ? Perché non ricordo d’aver mai visto delle mutande così poco femminili.” mi disse credo ridendo dietro di me.
“Romano ecco io preferisco il pratico all’elegante.” risposi cercando di giustificare qualcosa che per doveva esser normale.
“Via questa robaccia e che finisca nella spazzatura.” mi disse sfilandomi le mutandine, che finirono effettivamente nel cestino dei rifiuti.
“Ma Romano io adesso come esco se …”
Non feci in tempo a finire la frase, che lui mi diede un sonoro ceffone su una natica, seguito subito dopo da un altro sull’altra chiappa.
“Questi sono per farti ricordare di non mettere più mutande da vecchia.” mi disse quasi ci fosse bisogno di una spiegazione logica per giustificare quello che stava facendo “E questi per farti impegnare di più sul lavoro.”
Lui mi colpì almeno altre dieci volte, lasciandomi un vistoso rossore sul sedere, ma soprattutto un senso d’impotenza e umiliazione che non avevo mai provato. Mi sentivo come una bambola nelle mani di un maniaco, ben sapendo che quello era solo l’inizio e che ben presto avrei dovuto soddisfare ben altre voglie.
Invece lui tornò dietro la sua scrivania come se niente fosse, lasciandomi in quella posizione per altri secondi che mi parvero ore.
“Domani subito dopo aver preso servizio, tornerai da me e ti metterai così come sei adesso, sperando che tu abbia capito la lezione, indossando mutandine da donna vera, adesso vattene che devo lavorare.” mi disse con una freddezza che mi fece più male delle sculacciate.
“Va bene a domani.” dissi a voce bassa, per poi alzarmi e tirare giù la gonna prima di quasi scappare da quell’ufficio.
Tornai a casa in uno stato simile alla trance, ma ancor peggio senza sapere cosa fare.
Avrei potuto raccontare tutto ad Alessio il mio ragazzo da una vita, ma nelle sue poche doti non c’era certamente quella d’essere un cuor di leone; quindi, decisi di usare la vecchia tattica della stanchezza con un mezzo mal di testa, per non vederlo dopo cena e poter rimanere in casa da sola.
Poi cercai di mettermi al lavoro, ma la mia mente era ferma a quando Romano mi sculacciava come se fossi una bambina, senza che io riuscissi a dire nulla. Inoltre, più vedevo il progetto, e più mi sembrava di non venirne a capo, col risultato che andai a dormire tardi per risvegliarmi con ancora più dubbi della sera.
Non sapendo cosa indossare scelsi quello che per era un “capo audace”, un tanga in microfibra comprato per errore, e che non avevo mai osato mettere, sperando che fosse di gradimento al mio direttore.
Così dopo aver timbrato mi recai quasi di corsa nel suo ufficio, e senza che lui mi dicesse qualcosa, mi misi come la sera precedente, piegata sulla sua scrivania con le gambe aperte.
“Vedo che hai capito come funziona, adesso fammi dare un’occhiata a cosa ha i sotto la gonna.” mi disse alzandosi dalla poltrona per mettersi al mio fianco
Lo sentii tirarmi su la gonna sino a scoprirmi il sedere, poi un paio di schiaffi mi colpirono entrambe le chiappe facendomi uscire un piccolo grido di dolore.
“Allora non hai capito un cazzo !” mi disse mentre continuava a colpirmi le natiche “Non ti ho detto di mettere il culo all’aria, ma di essere femminile, ora dimmi hai compreso quello che ti sto dicendo ?”
“Scusami ma a casa non ho nulla di quello che vuoi tu, e queste per me sono già da troia.” gli risposi sperando che almeno la finisse di picchiarmi.
“Bene allora facciamo così, adesso ti togli questo scempio di tanga e lo butti nel cestino, poi te ne torni a casa da dove puoi tranquillamente lavorare, e lunedì torni da me ma non solo con dell’intimo da donna, ma ti voglia ‘tutta donna’, oltre ovviamente alla soluzione del problema, sono stato chiaro ?”
“Sì tutto chiarissimo, posso andare ?”
“Un attimo, prima prendi questi e vedi di spenderli bene.” mi disse dandomi una busta chiusa, che presi prima di uscire dal suo ufficio e tornare a casa mia.
Non so come fu possibile, ma durante il viaggio in metro ebbi l’idea buona, e una volta arrivata a casa la sviluppai in poche ore. Non volli però tornare dal mio direttore per sbattergliela in faccia, ma mi presi il resto della giornata libera come premio.
Solo dopo la telefonata di Alessio mi ricordai della busta che mi aveva dato Romano, e rimasi stupita quando scoprii che dentro c’erano ben cinquecento euro.
“Vuoi che diventi donna ? Vediamo se lunedì avrai ancora qualcosa da dire brutto porco.” dissi a me stessa già sapendo come spendere quei soldi.
Passai il venerdì sera e tutto il sabato con Alessio, avendo con lui anche un rapporto, ma ben poco soddisfacente visto che avevo la testa altrove.
La domenica andai dritta al beauty center del centro commerciale, dove feci ceretta, pulizia del viso, mani e piedi. Poi passai in un negozio di make-up dove mi feci truccare per poi comprare i prodotti che avevano usato; quindi, feci l’ultima tappa nel negozio di lingerie, dove comprai ben tre completini che non avrei mai pensato di mettere in vita mia.
Il lunedì entrai negli uffici della Silard col mio miglior vestito, per puntare dritto a quello di Romano Foti, con in mano la cartella dei miei appunti.
“Buongiorno ho risolto il problema.” dissi entrando in modo quasi trionfale nel suo ufficio “Qui ci sono gli schizzi della soluzione, che sono certissima funzionerà, e sulla pennetta tutto il resto; quindi, credo che per oggi abbiamo finito.”
“Mettiti immediatamente in posizione.” mi rispose con una voce così tagliente da far gelare l’aria.
Ubbidii con l’aria di chi sa d’aver vinto, così non dissi nulla quando m’alzò la gonna per scoprirmi il sedere e vedere lo slip in raso con bordino in pizzo che avevo messo quella mattina.
“Le mie mutandine sono di tuo gradimento ?” gli chiesi con tutta l’ironia di cui ero capace.
“Sì solo manca un piccolo dettaglio.”
Lo vidi mettere la mano in tasca per tirar fuori un piccolo plug in acciaio, di dimensioni talmente piccole da farmi credere che si trattasse di un giocattolo.
Lui lo bagnò con la saliva per poi mettermelo dritto nell’ano, dove entrò senza alcun problema nonostante avessi avuto ben pochi rapporti usando il culo.
“Ma cosa fai ?”
“Nulla solo un piccolo gioco per punire la tua arroganza.”
Romano prese il suo smartphone e dopo un paio di secondi sentii una forte vibrazione proprio in mezzo alle chiappe, e non mi ci volle molto per capire quale fosse la fonte.
“Ora se vuoi puoi andare, manderò il tuo materiale all’ufficio tecnico.” mi disse andandosi a sedere sulla sua poltrona.
“E dovrei rimanere con questo coso nel culo fino a quando, stasera ?”
“Questo dipende solo da te.”
Il bastardo iniziò a ‘giocare’ con la vibrazione del plug, che diventava insopportabile quand’era al massimo, ed anche se non amavo i rapporti anali trovandoli quasi solo dolorosi, quella stimolazione stava dando i suoi frutti, facendomi eccitare oltre ogni mia possibile immaginazione.
“Ti basta un pompino ?” chiesi sperando che mi dicesse di sì.
“Se sei brava perché no.” mi rispose ruotando di novanta gradi la poltrona in modo da non avere più le gambe sotto la scrivania.
Così m’avvicinai a lui per poi inginocchiarmi fra le sue gambe, aprirgli i pantaloni e scoprire che non solo non portava alcun tipo di mutande, ma che aveva quello che volgarmente si definisce un gran cazzo.
Anche se era mezzo moscio era nettamente più grande di quello di Alessio in piena erezione, ma quel che mi faceva più impressione era la faccia da schiaffi di Romano, che sembrava star lì in attesa che facessi qualcosa, sapendo già che avrei sbagliato.
Non volendo dargli altre soddisfazioni, mi misi d’impegno a leccargli la nerchia, che grazie al cielo divenne turgida in breve tempo, poi iniziai a succhiargliela e li iniziarono i primi problemi, perché era troppo grossa da tenere tutta in bocca. Avendo paura che gli si afflosciasse gli presi in mano la mazza per scendere con la bocca sui testicoli, ricordando quanto il mio ragazzo amasse quel trattamento, peccato per me che Romano volesse ben altro.
“Succhiami il cazzo come si deve e poi inghiotti tutto, o ti faccio stare su quella poltrona tutto il giorno col culo che ti vibra.” mi disse scherzando sino a un certo punto.
Così chiusi gli occhi e gli presi in bocca il pene, facendolo scivolare fra le labbra sino a quando mi fu possibile, poi le serrai ed iniziai a succhiare a più non posso, quasi quel pompino fosse una questione di vita o di morte.
Lui cominciò a gemere sempre più forte rimanendo fin troppo passivo, sino a quando oramai prossimo all’orgasmo non mi prese la testa fra le mani, per poi quasi scoparmi in bocca.
Quando sentii il suo primo schizzo di sperma sbattermi sul palato cercai di divincolarmi dalla sua presa, ma senza riuscirci in alcun modo, così presi in bocca il secondo getto e poi tutti gli altri, sino a quando appagato non mollò la presa.
“Togliti da sola il plug e lascialo sulla scrivania, poi vattene per oggi t’ho vista abbastanza.” mi disse facendomi sentire una nullità.
Feci quel che m’aveva detto per poi uscire dal suo ufficio e portare i miei appunti all’ufficio tecnico, dove passai quasi tutta la giornata.
Alla sera sapevo esser tutto a posto, a parte un ‘piccolo problema di coscienza’ che m’avrebbe seguito per un po’ di tempo.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Teresa 1/7:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
